Al bar di Giovanni Beria
AL BAR
Solo per chiarire. Non sono uno che sbraita, che parla a sproposito. Mi limito ad affermazioni di cui posso comprovare la provenienza e la veridicità. Ma, a quanto pare, al bar non è la stessa cosa. I bar sono delle zone franche, privi di regole gestazionali, nel senso che la maturazione culturale è volutamente carente, sopraffatta dalla noia del pensiero, e quindi vi è una certa libertà contraddittoria che si scontra persino con l’evidenza. In poche parole, è inutile prendersela se non capiscono quanto dici, affermi, a volte con una veemenza insensata, al limite del grottesco.
Non entro più nei bar. Non ci entro più, perché non ce ne sono più, di bar. Ce ne sono ancora, certo, ma non sono come quelli in cui entravo io, anni fa. Quanti saranno stati? Tanti. Con sedie e tavolini lungo i muri, attorno al bigliardo, con la saletta dove giocare a carte.
E perché mi è venuto di pensare al fatto che nei bar, quelli di tanti anni fa, non ci entravo più? Non lo so. Mi è venuto di pensare ai bar, adesso, che sto camminando per il corso, in mezzo a gente che ha fretta, che nemmeno si accorge di te e che se non ti sposti in tempo, ti viene addosso, e poi tira dritto come niente fosse.
Ci pensavo perché in quei bar che non ci sono più, nonostante tutto, eri qualcuno. Quando entravi ti riconoscevano. Ti salutavano, ti additavano, anche solo per prenderti in giro. E tu stavi al gioco, prendevi in giro loro. Io ero il professore. Era questo il mio soprannome. In quei bar ero il professore. Ero il professore perché sapevo rispondere a ogni loro quesito. Che ci credessero o meno a quello che dicevo, spiegavo, era un’altra cosa. Serviva come incipit per iniziare a fare battute.
E anche se la cosa mi infastidiva, ci tornavo il giorno dopo, solo per il gusto di essere riconosciuto, preso in considerazione nel loro inutile tempo. Giacché al bar ci andavi per perdere tempo o, meglio, trascorrerlo, per non avere nient’altro di meglio da fare. O forse quello era il miglior tempo della nostra giornata. Un tempo in cui si era qualcuno e non un semplice nessuno.
Nota critica al racconto “Al bar” di Giovanni Beria
Il racconto costruisce una riflessione sulla perdita di un luogo sociale e sulla trasformazione del senso di appartenenza. La voce narrante procede con un tono misurato, quasi diaristico, che alterna constatazioni lucide a un sottile rimpianto. La scrittura non cerca effetti emotivi: lavora invece sulla precisione delle immagini e sulla continuità del pensiero, lasciando emergere la nostalgia come conseguenza naturale del discorso.
Il bar evocato dall’autore non è un semplice spazio fisico, ma un dispositivo di identità: un luogo dove il protagonista era riconosciuto, nominato, inserito in una comunità minima ma stabile. La ripetizione delle scene – le sedie lungo i muri, il bigliardo, la saletta delle carte – non ha funzione descrittiva, bensì mnemonica. Sono frammenti che ricostruiscono un tempo in cui l’essere “qualcuno” era possibile attraverso la relazione, anche se mediata da ironie e battute.
La forza del testo risiede nella contrapposizione tra il passato dei bar e il presente del corso cittadino: da un lato un luogo dove si veniva visti, dall’altro uno spazio dove si viene urtati senza essere notati. Il racconto non indulge nella malinconia, ma registra con esattezza la dissoluzione di un contesto sociale che garantiva un ruolo, un soprannome, una funzione. La figura del “professore” diventa così un simbolo di identità condivisa, fragile ma reale.
La chiusura, che riconduce il bar al tempo “inutile” e insieme al tempo “migliore”, restituisce la complessità del testo: non un elogio del passato, ma la consapevolezza che alcuni luoghi, pur marginali, custodivano una forma di riconoscimento che oggi appare irrecuperabile. Il racconto mantiene un equilibrio sobrio, senza enfasi, e lascia emergere una nostalgia asciutta, priva di sentimentalismi.
Progetto culturale Fondazione Casa delle Arti

Commenti
Posta un commento