Babbo di Flavia Cubeddu


 


Babbo


Tutti hanno un padre biologico. Vicino o lontano. Presente o assente. Ma non per tutti è facile disegnarlo. Qualcuno traccia un cerchio come un sole, con occhi, naso e bocca. Qualcun altro disegna sé stesso, la mamma e il cane. Alcuni non lo hanno mai conosciuto, altri lo vedono poco. Qualche privilegiato, invece, ce l’ha sempre a disposizione.
Mio padre ha sempre trovato il tempo per la famiglia. Ho così tanti ricordi legati a lui che quasi non riesco a percepirlo come una persona sola. Alle elementari mi aiutava con l’aritmetica, al liceo con la filosofia. Era un babbo tuttofare: da piccola mi costruiva le fionde per giocare con gli amici e i telai per fare braccialetti con le perline, da vendere insieme a qualche fumetto al mercatino che allestivo al mare, sull’asciugamano.
Mi amava moltissimo ed era orgoglioso di me, ma non sarebbe mai riuscito a dirmelo. Il giorno della laurea mi accompagnò, ma al momento di entrare in aula disse di essersi dimenticato una commissione urgente. Non era vero: seguì tutta la discussione dal corridoio, con un mazzo di fiori in mano, spiandomi attraverso la porta socchiusa. Sapeva che si sarebbe commosso e non voleva che vedessi i suoi occhi diventare lucidi di gioia.
Quella sera, durante la cena, mi posò sulla testa una corona d’alloro, che conservo tuttora, senza proferire parola per l’emozione. Mio padre, da buon sardo qual era, non perdeva mai la calma. Ma bastava una parola per rimetterti al tuo posto. Sull’orario del rientro non transigeva: quella benedetta mezzanotte non si poteva oltrepassare. Neanche a vent’anni.
Oggi lo ringrazio per i valori che mi ha trasmesso, quelli che mi hanno resa la persona che sono. Porto nel cuore quei ricordi come una bandiera.
Quando si è ammalato, non volevo crederci. Non lui. Non mio padre. Il fatalismo dei sardi lo ha accompagnato fino alla fine. Era il suo destino, come lo era stato per i suoi fratelli prima di lui. Sapere che lo avrei perso in così poco tempo è stato devastante. Il senso d’impotenza, insopportabile.
Ho pensato per giorni e notti a come salvarlo, pur sapendo che né tutte le preghiere del mondo, né regalargli una parte di me, né vendere tutto ciò che avevo avrebbero mutato il corso delle cose. Quel giorno è arrivato presto. Troppo presto per noi che lo abbiamo perso. Forse non abbastanza per lui, che se l’è dovuta guadagnare tutta, fino in fondo.
La somiglianza fisica era notevole: chi ci vedeva insieme diceva che eravamo due metà della stessa mela. Adesso che non c’è più, quando mi guardo allo specchio mi sembra di vederlo. Da quando se n’è andato, i miei occhi un tempo castani hanno preso la sfumatura verde dei suoi. Come se cercassi di tenerlo in vita attraverso di me.
Sono stata fortunata ad avere un padre così per trentacinque anni. Ma ne avrei voluti altri cento. Forse anche di più. E non sarebbero bastati comunque.



Un racconto di Flavia Cubeddu





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