Compiti di Fabio Carbone



Compiti

J.J. camminava scalzo sul ciglio della strada, strusciando i piedi nell'erba ancora umida di rugiada, quasi volesse prolungare quella sensazione di libertà. 

Si sedette all'ombra di un tiglio, sopra una pietra miliare contrassegnata da un numero romano e incrostata di minuscole lumachine. Ne sfiorò i gusci con l'indice, invidiandone la lenta, assoluta indifferenza allo scorrere dei giorni.

La collina, distesa sotto un gregge di candide nuvole, sfoggiava i suoi colori come una tavolozza da pittore macchiata di carminio, ocra, violetto, marrone e rosa antico. 

Giù nella valle, la campana della chiesetta lasciò cadere qualche rintocco, scrollandosi di dosso il respiro della nebbia che si condensava in gocce sul bronzo secolare.

Come destato da quel richiamo, un vento dispettoso prese a scuotere i rami adunchi del vecchio tiglio, trasformando le foglie cuoriformi in tante piccole campanelline.

Un contrappunto armonioso che attirò fringuelli, passeri e capinere, sempre in cerca di nuove melodie. Si posarono attenti sui vecchi fili della corrente come allievi di un conservatorio. Persino i merli e le cornacchie, stonati per natura, sembravano tendere l'orecchio con fare indifferente.

Mentre si infilava le scarpe da ginnastica malconce, gli sembrò di rinchiudere i piedi in una prigione di tela e lacci.

L'estate gli stava già scivolando dalle mani. L'aria aveva assunto un odore più aspro e, da lì a poco, dalle terre del nord sarebbe arrivato il freddo dell'inverno con il suo manto bianco.

A pochi passi dal casolare lo aspettava il profumo del pane appena sfornato. Il maestoso gelso che, già da molto prima della sua nascita, custodiva lo spiazzo davanti a casa, sembrava osservarlo con la pazienza dei saggi.

Sapeva che, di lì a poco, sotto quell'ombra protettiva, avrebbe dovuto aprire il libro rimasto intonso per tutta l'estate. 

Ne immaginò l'odore della carta nuova e dell'inchiostro: così diverso da quello del pane caldo o dell'erba appena tagliata.

Nulla era cambiato. Il mondo continuava a recitare il suo copione. J.J. strinse i pugni nelle tasche, sentendo crescere dentro di sé una ribellione silenziosa.

Pensò che, dopo tutto, sarebbe stato meglio se fosse nato folle.  Magari in una sera d'estate, quando i grilli s’innamorano delle cicale che cantano senza tregua.

Una follia calda come i covoni di paglia accatastati dietro l'aia, dove le galline nascondono le uova.

Sarebbe stato felice di essere un folle, capace di correre nell'erba e bere la rugiada dalle foglie senza curarsi di ciò che gli altri avrebbero pensato. 

Un folle autentico, non un uomo grigio, ligio e bigio, scontato come un calendario.

Sentirsi finalmente libero di volare come un pensiero del mattino che conserva ancora il profumo della notte. 

Poter vivere così, senza rimpianti, solo la gioia di essere un matto vero in mezzo a tanti savi.

Sì.

Sarebbe stato bellissimo.

Altro che quei noiosi compiti delle vacanze.


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