La Biblioteca Silenziosa di Paola Carletti
La Biblioteca Silenziosa
La biblioteca del paese era il mio rifugio molto prima che capissi cosa significasse avere un rifugio. Non era grande, non era moderna, e non aveva nulla di speciale se non quel silenzio che sembrava fatto apposta per chi aveva bisogno di respirare.
Arrivavo nel pomeriggio, quando la luce cambiava colore e le sedie conservavano ancora il calore di chi era passato prima di me. A volte la sala era piena, altre completamente vuota: in entrambi i casi mi sembrava un luogo che mi accoglieva senza fare domande.
Mi sedevo vicino alla finestra, nel punto in cui la luce non abbagliava ma disegnava un quadrato chiaro sul tavolo. Da lì osservavo tutto: le persone che sfogliavano i libri con la cura di chi tocca qualcosa di fragile, i bambini che si avvicinavano agli scaffali come se fossero porte segrete, gli adulti che cercavano un titolo come si cerca una risposta.
C’era anche una donna anziana che veniva quasi ogni giorno. Si sedeva sempre nello stesso posto, con un libro consumato che sembrava aver letto mille volte. Non lo apriva subito: lo teneva tra le mani come si tiene un oggetto caro, poi iniziava a sfogliare lentamente, come se ogni pagina fosse un ricordo. Io la guardavo spesso, chiedendomi quale storia potesse essere così importante da tornare sempre a lei.
Quando la biblioteca era vuota, invece, diventava un mondo intero. Il silenzio non era silenzio: era un suono lento, morbido, che sembrava fatto di pagine chiuse. Ogni libro, anche quello che non avevo mai aperto, sembrava contenere una storia che aspettava solo me.
Io, che non avevo ancora imparato a distinguere i sogni dalla realtà, li immaginavo tutti. Città lontane, personaggi che parlavano solo se li ascoltavi davvero, avventure che iniziavano con una frase e finivano quando decidevo di richiudere il libro. A volte bastava leggere una sola riga per costruire un mondo intero.
In quei pomeriggi imparavo a osservare. A capire le persone dai libri che sceglievano, dai modi in cui si sedevano, dal tempo che impiegavano prima di voltare pagina. Imparavo anche a stare da sola senza sentirmi sola, perché la biblioteca era piena di presenze che non avevano bisogno di parlare.
E quando uscivo, con il sole che si abbassava dietro le case e il silenzio che mi seguiva fino alla porta, avevo sempre la stessa sensazione: che la biblioteca non fosse un luogo da visitare, ma un luogo da portare con sé.
Alcuni pomeriggi, ancora oggi, mi sembra di sentire quel silenzio. Non arriva dalle pagine, né dagli scaffali. Arriva da un ricordo che non fa rumore, ma resta. Come un libro che non hai mai smesso di leggere.


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