La donna che scaldava il caffè di Federica di Blasi
Presentazione dell'autrice: Federica di Blasi
Federica Di Blasi è nata e vive a Milano. Dopo il diploma alla scuola tedesca ha proseguito gli studi in Ingegneria delle Telecomunicazioni. Da oltre vent’anni lavora in un’azienda informatica, occupandosi di Sviluppo Software. Da ragazzina si dedicava alla scrittura di diari e poesie, passione che per molto tempo ha lasciato in secondo piano e che ha ritrovato, cercando di superare alcuni momenti di difficoltà.
Libro presentato: “La donna che scaldava il caffè”
Irene è il simbolo di un’etichetta, una ragazza un po’ impacciata, con alcune abitudini discutibili, prima fra tutte, scaldare il caffè al microonde.
Cresciuta senza un padre, è circondata dall’amore di mamma Beatrice e dalla dolcezza, non priva di un’inaspettata fermezza, dell’adorata zia Fia.
Il rapporto con la mamma è altalenante, fatto di tempeste improvvise e cieli sereni. Madre e figlia si cercano, si punzecchiano, si fraintendono e, a volte, si allontanano. A ricordare loro la strada, però, c’è zia Fia che con la sua saggezza sa arrivare dritta ai loro cuori, permettendo di trovare un nuovo equilibrio.
Passo dopo passo, Irene riesce a conquistare il ruolo che ha sempre sognato, prendendosi la sua personale rivincita. Ma sarà sufficiente per lasciarsi alle spalle l’etichetta di “ragazza imbranata”? Riuscirà a capire che le sue figuracce non definiscono chi è davvero?
Troverà un amore capace di farle battere il cuore e un posto da poter chiamare casa?
Tra legami familiari, crescita, sogni da inseguire, piccoli disastri e grandi sentimenti, la storia di Irene è un viaggio tenero e ironico alla scoperta di una verità semplice: non dobbiamo diventare perfetti per sentirci finalmente all’altezza della nostra vita.
Ma resta un ultimo, fondamentale interrogativo: Irene smetterà mai di scaldare il caffè al microonde?
Forse no.
Forse quello è, semplicemente, il suo vero e inconfondibile marchio di fabbrica.
Nota critica sulla poetica
La poetica dell’autrice si definisce attraverso una scrittura intimista che indaga i legami affettivi e la loro trasformazione nel tempo. Il suo stile privilegia la delicatezza emotiva, la cura dei gesti quotidiani e la capacità di far emergere la complessità dei rapporti familiari attraverso dettagli minimi ma significativi. La frase «Quella lettera era piena di verità, trasudava l’amore che quella dolce vecchina provava per loro» rivela una sensibilità narrativa che mette al centro la dimensione affettiva come motore della crescita personale.
L’autrice predilige una prosa limpida, lineare, che procede per accumulo di sensazioni più che per colpi di scena. La sua scrittura è attenta ai silenzi, alle esitazioni, ai piccoli scarti emotivi che definiscono un rapporto: una poetica che osserva l’interiorità attraverso la concretezza degli oggetti, dei gesti, delle abitudini. L’uso di immagini domestiche — la tovaglia sistemata, la tazza di tè freddo, i vestiti piegati con cura — diventa un modo per raccontare ciò che non viene detto esplicitamente.
La voce narrativa è empatica, mai giudicante, e costruisce un clima di ascolto reciproco. La poetica dell’autrice si fonda sulla trasformazione: i personaggi non vengono descritti per ciò che sono, ma per ciò che diventano nel confronto con l’altro. La scrittura accompagna questo processo con un ritmo pacato, che permette alle emozioni di emergere in modo naturale e credibile.
In sintesi, la poetica dell’autrice è una ricerca di autenticità emotiva: una scrittura che unisce delicatezza, realismo affettivo e attenzione alle relazioni, restituendo un mondo narrativo in cui la cura, la memoria e la parola condivisa diventano strumenti di riconciliazione e crescita.
A cura della Redazione – Progetto Fondazione Casa delle Arti
Sinossi del libro
La donna che scaldava il caffè
Il romanzo racconta la vita di Irene, sin dalla sua venuta al mondo.
Cresce avvolta dall’amore di mamma Beatrice e dalla dolcezza, con punte di inaspettata fermezza, dell’adorata zia Fia, vicina di casa e amica di famiglia.
Il papà è mancato quando Beatrice era ancora in dolce attesa. La donna, rimasta sola, si pone mille domande su come farà a crescere da sola una figlia. Quella figlia che ha sempre desiderato e che, in cuor suo, spera sia dolce, calma, buona.
Invece, Irene mostra sin da subito un carattere esuberante, una gran voglia di vivere, una intensa vivacità.
È un piccolo concentrato di tenerezza e disastri quotidiani: corre, inciampa, sbatte dappertutto. Per questo zia Fia, che si occupa di lei mentre Beatrice è al lavoro, è sempre molto in apprensione.
La sua è un’adolescenza come tante, con amicizie sincere, pochi limiti e delusioni che paiono la fine del mondo.
Perennemente in ritardo, inciampa nelle sue stesse scarpe, perde pezzi in giro per il mondo e custodisce abitudini decisamente discutibili, come quella, eroica e controversa, di scaldare il caffè al microonde.
Ha un forte legame con la sua amica di sempre, Anita, che è costantemente al suo fianco, capace di aprirle gli occhi a ogni suo errore e con la quale condividerà gli studi prima e il lavoro poi. Le due sono agli antipodi, non solo come aspetto fisico, ma soprattutto come modi di fare. Irene è più sognatrice, istintiva, si innamora subito. Anita è la più saggia delle due, quasi una sorella maggiore.
Con la madre, Irene attraversa stagioni di tempesta e cieli sereni. Si punzecchiano, si fraintendono, si allontanano. Ma è proprio grazie alla saggezza di zia Fia, dispensatrice ufficiale di lezioni di ricamo e cucito e verità scomode, che il loro rapporto trova nuove strade e un equilibrio che dona loro un nuovo slancio.
Una sentita lettera di addio della donna porterà Irene e Beatrice a riflettere sui loro problemi, ad aprirsi, a dirsi con sincerità ciò che non va tra loro e a poggiare le basi per un nuovo modo di stare insieme, più maturo e consapevole.
Sempre un filo impacciata, ma armata di determinazione, Irene si affaccia al mondo del lavoro con il cuore in gola e mille dubbi in testa. Eppure, passo dopo passo, conquista il ruolo che ha sempre sognato, quello per cui ha studiato, lottato e forse bevuto qualche caffè di troppo davanti al computer e sui libri.
Riuscirà a dimostrare, soprattutto a sé stessa, di essere molto di più delle sue figuracce e, alla fine troverà quell’amore capace di farle battere il cuore, scoprendo finalmente un luogo da chiamare casa, perché nessuno di noi è solo un’etichetta. Tutti abbiamo delle stranezze, abitudini particolari che possono sembrare bizzarre agli occhi degli altri, ma che sanno farci sentire in pace con noi stessi.
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Intervista all’autrice
1. Nel suo profilo racconta che la scrittura è stata una compagna di adolescenza, poi messa da parte e ritrovata in momenti difficili. In che modo questo ritorno alla scrittura ha influenzato il suo modo di guardare alla vita e alle storie che desidera raccontare.
Il ritorno alla scrittura ha cambiato soprattutto il mio modo di osservare ciò che mi accade. Nei momenti difficili scrivere è diventato un modo per fermarmi, dare un significato alle emozioni e guardare le esperienze da una prospettiva diversa. È quasi un balsamo, un modo anche per ritrovare pensieri positivi. Ho imparato a prestare più attenzione alle piccole cose, alle fragilità e alle contraddizioni delle persone. È anche per questo che oggi sento il desiderio di raccontare storie autentiche, capaci di parlare di ciò che viviamo, delle nostre cadute e delle nostre rinascite.
2. Irene è un personaggio tenero, ironico, pieno di imperfezioni e umanità. Da quale esigenza narrativa o personale è nata la sua figura e cosa rappresenta per lei.
A dire la verità è nato tutto da un pranzo con alcuni colleghi. Ho qualche abitudine bizzarra io stessa e, scherzando, ho creato il titolo. Volevo scrivere una storia in cui chiunque potesse rispecchiarsi. Sono fermamente convinta che spesso ci nascondiamo dietro maschere, non mostrando le nostre fragilità per paura di essere giudicati. Irene rappresenta proprio questo. Siamo pieni di difetti, ma per questo unici e meritiamo di essere apprezzati anche per le nostre stranezze.
3. Il legame tra Irene e Beatrice è complesso, fatto di tempeste e riconciliazioni. Quanto c’è della sua esperienza o osservazione personale nella costruzione di questo rapporto madre‑figlia.
C'è molto di me sia come figlia sia come madre. Come figlia, da me ci si aspettava sempre "grandi cose", un modo di fare educato, ordinato. Ma ero un po' ribelle, non facevo caso al mio aspetto e mi scontravo spesso per questo con mia madre. Dall'altro lato ero anche sempre molto collaborativa in casa e aperta alle confidenze, quindi non era difficile parlare con me. Come genitore, invece, mi rendo conto che metto fin troppi paletti, talvolta sento che potrei lasciar correre, dare più libertà. Ho voluto scrivere di una madre che, al contrario, mette troppo pochi limiti per mostrare che anche questo può non essere del tutto compreso e condiviso da un adolescente che per crescere ha bisogno di una guida e non solo di libertà.
Come per ogni cosa, è difficile trovare la giusta misura, la cosiddetta via di mezzo.
Ogni rapporto madre figlia che conosco è turbolento. Intorno a me vedo situazioni simili, con periodi di grandi incomprensioni e schiarite.
4. Il romanzo ruota attorno all’idea che nessuno è definito dalle proprie goffaggini o dalle proprie abitudini. Perché era importante per lei raccontare una storia che sfida le etichette e invita a sentirsi “all’altezza” della propria vita.
Vedo spesso giovani, specialmente nella mia famiglia, che si buttano giù, si lasciano influenzare dal giudizio degli altri che non fanno altro che etichettarli senza andare a fondo della conoscenza. Questo genera anche molta solitudine. Se gli altri li vedono in un modo, loro si sentono proprio così, anche se in realtà sono molto di più. Spesso queste etichette li ostacolano nelle loro esperienze. Pensano di non poter fare nulla di meglio, perché "tanto sono fatto così", "tanto mi vedono così", "tanto più di questo non posso fare" e non si sentono all'altezza degli altri. Per colpa di questo non provano, anzi hanno paura a mettere in pratica i loro sogni e restano fermi, per evitare di scoprire di non essere capaci. Si convincono di essere come li vedono gli altri. Ma nessuno è un'etichetta. Tutti siamo molto di più e dobbiamo metterci in gioco.
5. È madre, lavora nel settore informatico e scrive romanzi. Come riesce a bilanciare questi mondi e quali spazi quotidiani dedica alla creatività.
Durante la settimana ho poco tempo perché la sera torno a casa dal lavoro e, chiaramente, finché ancora me lo concedono, mi dedico alle ragazze. Nei fine settimana sono spesso da sola e lì posso dare sfogo alla mia creatività che spesso mi "viene a trovare" durante qualche notte insonne. Sono i momenti migliori per nuove idee.
Lettura dell'autrice
Presentazione curata da Progetto Fondazione Casa delle Arti


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