La mia canzone di Lucia Mannori




La mia canzone 


Lo incontrai in una stazione.  

Quella mattina era più fredda del solito.  

Stava stretto nel suo cappotto nero e lungo, un po’ sgualcito ai bordi.  

Non lo avevo mai visto. Eppure alla stazione, a quell’ora, si incontrano sempre le stesse facce.

Riuscivo a malapena a vedere i suoi occhi: il colletto del cappotto gli copriva metà del viso.  

Erano chiari, forse azzurri, ma il cielo grigio non mi aiutava a definirne il colore.

Mi sarebbe piaciuto avvicinarmi, ma sono timida da sempre.  

Così lo osservavo da lontano, provando a immaginare la sua storia.

Poi notai un dettaglio: sotto la chioma scura si intravedeva un auricolare.  

“Sta ascoltando musica,” pensai.  

E senza volerlo immaginai la mia canzone preferita.

Il treno arrivò con un soffio di aria fredda.  

Io salii. Lui no.

Mi sedetti vicino al finestrino.  

Mentre il treno stava per chiudere le porte, lo vidi avvicinarsi.  

Non disse nulla.  

Si limitò a porgermi l’auricolare, come se fosse un gesto naturale, previsto.

Lo presi senza capire.  

Il treno partì.

Lo misi all’orecchio.

Era davvero la mia canzone preferita: “Holocene” di Bon Iver.

Rimasi immobile, con il paesaggio che scorreva e quella voce che sembrava arrivare da lui, da quel cappotto nero, da quegli occhi chiari che non avevo saputo definire.

Non sapevo chi fosse.  

Ma per qualche minuto, nella corsa del treno, mi sembrò di non essere più sola.


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