Farah Chamma

 

Foto: Waleed Shah


Farah Chamma

Una voce palestinese che attraversa lingue, confini e memoria collettiva

Farah Chamma, poetessa e performer palestinese nata a Dubai nel 1994, è una delle figure più rilevanti della spoken-word poetry araba contemporanea. La sua opera unisce poesia, teatro, musica elettronica e performance, trasformando la parola in un territorio in movimento, capace di oltrepassare confini geografici, culturali e linguistici.

Cresciuta nella diaspora palestinese, Chamma porta nella sua ricerca artistica la complessità dell’identità frammentata, la tensione tra appartenenza e sradicamento, la memoria come forma di resistenza. La sua voce, multilingue e nomade, attraversa arabo, inglese e francese, restituendo una poesia che è insieme documento, gesto scenico e atto politico.


La ricerca poetica e performativa

La poesia di Farah Chamma nasce dall’incontro tra corpo, lingua e storia. La sua pratica spoken-word non si limita alla recitazione: è una performance fisica, ritmica, teatrale, che trasforma il verso in un’esperienza sonora e collettiva.

La sua opera affronta temi centrali della contemporaneità:

  • la diaspora palestinese
  • la burocrazia delle identità
  • la frammentazione linguistica
  • la memoria come responsabilità
  • la necessità di un linguaggio capace di superare i confini

La formazione accademica – Filosofia e Sociologia alla Sorbona, Master in Performance and Culture alla Goldsmiths University di Londra – si intreccia con la pratica scenica, creando una voce che unisce analisi critica e presenza performativa.


Opere e progetti principali

Spoken-word e performance

I suoi video diventano virali su YouTube e la portano all’attenzione internazionale. Tra i testi più noti:

  • The Nationality
  • How Must I Believe

Queste opere danno voce a una generazione che vive tra identità sospese, confini politici e ricerca di libertà espressiva.

chamæleon – poesia e musica elettronica

Nel 2021 fonda chamæleon, duo con il produttore brasiliano Liev. Il progetto unisce poesia araba ed europea con trame elettroniche, portando la spoken-word fuori dai salotti letterari e dentro club, festival e spazi d’arte contemporanea.

Tra le pubblicazioni:

  • Uncanny Valley (EP)
  • Dictator (singolo)

Festival e collaborazioni internazionali

Farah Chamma partecipa a festival di rilievo globale:

  • Bradford Literature Festival (Regno Unito)
  • Le Guess Who? (Paesi Bassi)
  • Trobades Camus (Spagna)
  • Festival Grec de Barcelona (Spagna)

Nel 2024 inaugura il Festival Grec come ospite d’onore su invito di Silvia Pérez Cruz, consolidando la sua presenza nella scena internazionale.


Lingua, memoria, confini

La lingua è il centro della sua poetica. Chamma alterna arabo classico e arabo colloquiale, esplorando la tensione tra radici e modernità. La parola diventa:

  • strumento di resistenza
  • gesto di cura
  • ponte tra comunità
  • spazio di empatia

La sua poesia invita a decostruire i confini – geografici, culturali, emotivi – che separano le persone, proponendo un linguaggio capace di restituire complessità e ascolto.


Sito ufficiale

www.farahchamma.com


La poesia inedita

Farah Chamma ha condiviso con il progetto culturale Fondazione Casa delle Arti una poesia inedita.

È un gesto di grande generosità, che apre direttamente la porta d’ingresso del suo universo poetico.


Measurement 
by Farah Chamma


What if we measure our ingredients?

Nutmeg, cinnamon, ginger, clove, and turmeric
these ones especially take some guts.
Then we move toward more tenderness:
lavender, chamomile, olive oil, maybe vetiver.

When we’re feeling settled,
we’ll add trees, starting with little ones:
lady palms, or pygmy dates, naturally.
I promised myself I’d learn more flora.

We couldn’t do much without hues.
I’d want greens and blues. What about you?
Greys, whites, blacks would suit me too.

Oh my, I almost forgot the staples:
coffee, cardamom, and bread,
all fresh from the heat.

Olive will stay with us all the way.
Coconut will come in doses.
Cats and birds will guide us,
then a myriad of creatures will join the dance.

Paint, wood, brushes, and so many words:
Arabic, Greek, Latin.

You might ask: where are the internal things?
It goes without saying
(but I’ll say it):
shades of joy, grief, anger, excitement,
contempt, surrender.

So much sea, sand, mountains,
and occasional snow.
Add to that so much we’ll never know.

It wouldn’t make sense without fruit:
mangoes from India and Egypt,
pomegranates, oranges, and figs from back home.

Jazz, tarab, hip-hop.

After all this, we’ll need to lie down.
I wouldn’t mind a swimming pool sometimes
or, better yet, a pond and forest.

Some pillows, a hand-knit rug,
your favorite blanket,
and a hammock we find in a little shop
in Rio de Janeiro.

I hope we get the balance just right.



Measurement 
by Farah Chamma

E se misurassimo i nostri ingredienti?

Noce moscata, cannella, zenzero, chiodi di garofano e curcuma:
questi, in particolare, richiedono un certo coraggio.
Poi ci avviciniamo a qualcosa di più tenero:
lavanda, camomilla, olio d’oliva, forse vetiver.

Quando ci sentiamo più stabili,
aggiungeremo degli alberi, iniziando dai più piccoli:
palme da salotto o datteri nani, naturalmente.
Mi sono promessa di imparare più flora.

Non potremmo fare molto senza tonalità.
Vorrei verdi e blu. E tu?
Anche grigi, bianchi e neri mi andrebbero bene.

Oh, quasi dimenticavo gli elementi essenziali:
caffè, cardamomo e pane,
tutti appena usciti dal calore.

L’olivo resterà con noi per tutto il percorso.
Il cocco arriverà a piccole dosi.
Gatti e uccelli ci guideranno,
poi una miriade di creature si unirà alla danza.

Pittura, legno, pennelli, e così tante parole:
arabo, greco, latino.

Potresti chiedere: dove sono le cose interiori?
È implicito (ma lo dirò):
sfumature di gioia, dolore, rabbia, eccitazione,
disprezzo, resa.

Tanto mare, sabbia, montagne,
e neve occasionale.
Aggiungiamo anche tutto ciò che non conosceremo mai.

Non avrebbe senso senza frutti:
mango dall’India e dall’Egitto,
melograni, arance e fichi della nostra terra.

Jazz, tarab, hip-hop.

Dopo tutto questo, avremo bisogno di distenderci.
A volte non mi dispiacerebbe una piscina,
o, meglio ancora, uno stagno e una foresta.

Qualche cuscino, un tappeto fatto a mano,
la tua coperta preferita,
e un’amaca trovata in una piccola bottega
a Rio de Janeiro.

Spero che riusciremo a trovare la misura giusta.

Lettura di Guido Pagliero

Progetto sonoro a cura di Michele Robertelli


Intervista

1. In che modo la sua pratica multilingue modella il modo in cui esplora identità, esilio e assenza di cittadinanza nella sua poesia?

Crescendo, mi sono ritrovata a vivere dentro la lingua senza aver davvero scelto di farlo. È stato imparare inglese e arabo a scuola, e poi il francese, e poi rendermi conto che l’arabo è la mia lingua madre e che esistono diversi “arabi”. Tutto questo è stato il mio parco giochi e il luogo in cui capire me stessa.

Mi sono anche ritrovata ad arrabbiarmi con la lingua, quindi era molto viva dentro di me. Quando, per esempio, sono diventata consapevole delle lingue coloniali, ho sentito molto più forte il legame con l’arabo. Alcune lingue, dialetti e parole toccavano una certa sentimentalità o nostalgia in me, soprattutto in relazione alla Palestina, alla casa in cui non ho potuto crescere e che non potevo visitare. Ho capito che più connessioni trovavo tra le lingue e questi diversi elementi del mio parco giochi, più libertà avevo di muovermi e di connettermi con persone, scenari e culture differenti.

Questa pratica multilingue non solo mi aiuta a esplorare identità, esilio e assenza di cittadinanza, ma permette anche una relazione più libera e giocosa con il mondo e con il fatto che esistono così tanti popoli, culture, lingue e realtà.

Questa pratica apre le cose. È una competenza ed è un’intelligenza. Sento di essere molto affilata nei miei centri linguistici, e sento che questo mi aiuta a orientarmi nel mondo, a dare significato e a formulare significati diversi.


2. Nelle sue performance di spoken word, spesso combina poesia, recitazione e musica dal vivo. Che ruolo ha la performance nel trasformare la poesia in uno spazio di dialogo sociale e politico?

Mi considero più una poeta della performance che una scrittrice o una poetessa soltanto. È fedele alla mia storia e a come ho iniziato a condividere il mio lavoro. È nell’oralità che mi sono ritrovata. È con un pubblico dal vivo che ho sentito quella fiducia e quella gioia nel riuscire a tenere insieme una sala piena di persone.

Negli ultimi due anni ho studiato recitazione alla University of the Arts di Sharjah, e questa pratica mi sta aggiungendo tecnica: più intenzionalità nel gesto, nell’espressione del volto, nel respiro e nel modo in cui porto il mio corpo. Tutti questi elementi mi aiutano a creare le atmosfere e i dialoghi che desidero creare, che siano politici o sociali, usando modi diversi di esprimermi, come la comicità, a volte il monologo, o gli haiku per creare conversazione e porre domande.

Stare davanti a un pubblico dal vivo è davvero il mio modo di connettermi. Sento che è molto diverso dall’avere persone che leggono il mio lavoro. Sono mezzi molto diversi. 

A volte si tratta di creare dialogo, e a volte è una scelta quella di non creare dialogo e offrire soltanto qualcosa di estetico o poetico, come un dipinto.

Quello che la performance mi permette di fare è sperimentare con l’intenzionalità in un contesto dal vivo, leggendo al tempo stesso ciò che è già presente: l’atmosfera, l’energia e il dialogo che esiste in un luogo specifico. Questo per me è molto importante: entrare in una stanza in una città, percepire ciò che è già lì e poi decidere se rifletterlo indietro o trasformarlo. Faccio quella scelta in modo istintivo, nel momento.


3. Il suo lavoro affronta spesso i confini, linguistici, culturali e geopolitici. Come vede il contributo della poesia alla ridefinizione o alla sfocatura di questi confini oggi?

La poesia che amo leggere, che cerco e che provo a scrivere tocca la condizione umana in tutte le sue complessità e semplicità. Finché resto in contatto con questo, con le cose molto umane che siamo, il fatto che amiamo e moriamo e abbiamo paura e proviamo gioia, e che tutto è fugace. Il sole e la luna e i cieli, il giorno che si ripete, il caffè e il vino e l’olio d’oliva e la terra, tutte queste cose che ci rendono umani. Così tante cose.

Se la poesia mantiene sempre in qualche modo questo promemoria, mi fa sentire che possiamo decostruire e giocare con i confini, affilarli dove serve e poi sfumarli dove serve. Perché ci riprendiamo le nostre vite, ci riprendiamo la nostra umanità. Ricordiamo la nostra fugacità. Ricordiamo che non restiamo qui per sempre, che c’è un mistero nella nostra vita e nella nostra morte. E così scegliamo le nostre battaglie e scegliamo le cose su cui vogliamo concentrare l’attenzione.

Trovo bellissimo che la poesia rifletta queste scelte che facciamo e funzioni come un documento di esse. È per questo che amo leggere poesia da luoghi e tempi diversi. 

Documentano il loro tempo in un modo che è storico e riflette il loro contesto, ma anche in un modo che sembra sempre senza tempo e fuori dal tempo, molto radicato nella condizione umana, che sembra essere stata simile da quando siamo qui.


A cura del progetto culturale Fondazione Casa delle Arti

Direzione editoriale: Deborah Cappagli

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