La última confesión di Lucian Thornveil

 





Lucian Thornveil

Lucian Thornveil è lo pseudonimo dello scrittore spagnolo David Carrelón, autore specializzato in thriller psicologico e narrativa noir.

David è uno scrittore di mistero appassionato dei crimini impossibili, degli enigmi in stanze chiuse e delle cospirazioni che sfidano la logica. Il suo stile combina l’ingegno classico del genere con svolte inattese che mantengono il lettore sul filo della tensione. Nonostante la sua natura riservata, Thornveil è un osservatore attento del mondo, sempre alla ricerca dei dettagli nascosti che gli altri trascurano. Le sue storie esplorano la fragilità della verità e il pericolo dei segreti sepolti.

In un’intervista del marzo 2026, ha confermato di aver scoperto che la scrittura era più di un passatempo alla fine del 2024, quando ha iniziato a mettere su carta le idee che aveva in testa. Si dichiara amante del thriller, della narrativa noir e della crónica negra spagnola, e spiega che pubblica con pseudonimo per potersi espandere e avere la possibilità di entrare in altri mercati.




Presentazione

Il romanzo attraversa uno spazio chiuso dove il silenzio diventa materia narrativa e la verità si muove come presenza trattenuta. In un ambiente isolato, segnato da regole rigide e memorie non dette, la storia indaga ciò che resta nascosto nelle comunità che vivono in equilibrio precario. Tra sospetti, omissioni e fragilità condivise, il testo costruisce un percorso che illumina le zone d’ombra, restituendo una narrazione attenta ai dettagli e alle tensioni che emergono quando il passato torna a chiedere ascolto.


Sinossi – La última confesión

Ci sono segreti che solo l’oscurità può custodire.

Nel convento di clausura di Santa Clara, nascosto tra le montagne di Tarragona, diciotto monache vivono isolate dal mondo sotto voti di silenzio e obbedienza. Nessuno entra. Nessuno esce. È un rifugio eterno... o una prigione perfetta.

Una notte di tempesta, quando la neve chiude le strade, suor Beatriz appare morta nella sua cella chiusa dall’interno. Le mani incrociate sul petto stringono un foglio con una sola parola: Perdón. Non c’è sangue, non ci sono ferite. Solo un silenzio che nasconde qualcosa di molto più oscuro.

Suor Lucía, ex psicologa entrata in vita religiosa per fuggire dal proprio passato, intuisce che la morte non è stata naturale. Ma a Santa Clara nessuno parla. La madre superiora impone l’ordine. L’infermiera pesa ogni parola. L’archivista custodisce scatole sigillate. E una novizia che ha visto troppo teme di dirlo ad alta voce.

Mentre la tempesta le isola dal mondo, la diffidenza si diffonde tra le sorelle come una malattia senza cura. Perché c’è qualcosa di più: un fatto accaduto nel 1985, sepolto sotto decenni di silenzio e obbedienza, sta per riemergere. Una giovane incinta. Una scatola scomparsa. Una morte mai spiegata. E una comunità intera che ha preferito mentire piuttosto che affrontare la verità.

L’assassino è tra loro. E in un luogo dove tutti i peccati si conoscono, ma nessuno si dice, la verità potrebbe essere l’ultima confessione... o l’ultima sentenza.

Un thriller psicologico oscuro e claustrofobico sul peso del silenzio, la colpa condivisa e i segreti che possono distruggere una comunità dall’interno.

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Nota critica sulla poetica dell’autore

La poetica di Lucian Thornveil si fonda su una tensione costante tra silenzio e rivelazione. L’autore costruisce ambienti che respirano, dove ogni elemento — luce, odore, gesto — diventa indizio narrativo. Fin dall’incipit, «El tañido de la campana de maitines cortó la noche como una grieta en el silencio», emerge una scrittura che trasforma lo spazio in una presenza vigile, capace di custodire ciò che non viene detto.

La voce si muove con un ritmo misurato, attento alle micro‑percezioni che definiscono l’interiorità dei personaggi. Lucía incarna questa postura: osserva, analizza, trattiene, e la narrazione segue la sua capacità di leggere le crepe dell’ordine. Thornveil lavora sulle omissioni, sulle pause, sulle parole che mancano, lasciando che la tensione nasca dalla discrepanza tra ciò che appare e ciò che si intuisce.

La sua poetica si definisce così: un attraversamento delle zone d’ombra, dove la verità non è un punto da raggiungere ma un movimento che si rivela nei dettagli, nelle posture, nei silenzi che si accumulano.

Progetto culturale Fondazione Casa delle Arti


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Intervista

1. Come è nata l’idea di ambientare un thriller psicologico in un convento di clausura, uno spazio dove il silenzio diventa parte attiva della narrazione?

L’idea è nata dalla contraddizione che racchiude un convento di clausura. A prima vista è uno spazio associato alla pace, al raccoglimento e alla spiritualità, ma può anche trasformarsi in un luogo chiuso, regolato da norme rigide e carico di segreti. Mi interessava esplorare cosa accade quando una minaccia irrompe in una comunità che ha fatto dell’isolamento una forma di vita.

Inoltre, il silenzio del convento non funziona soltanto come assenza di rumore. Lì, tacere può significare obbedire, proteggersi, nascondere qualcosa o esercitare potere sugli altri. Per questo ho deciso che lo spazio non fosse un semplice scenario, ma una presenza attiva che condizionasse le relazioni e l’indagine.


2. In che modo l’esperienza precedente di suor Lucía come psicologa ha influenzato la struttura del romanzo e il modo in cui osserva ciò che accade?

L’esperienza precedente di suor Lucía come psicologa influisce soprattutto sul suo modo di osservare. Non si limita ad ascoltare ciò che le altre dicono, ma presta attenzione alle pause, alle contraddizioni, ai cambiamenti di comportamento e a ciò che si evita di menzionare.

Tuttavia, volevo anche che le sue conoscenze avessero dei limiti. Suor Lucía può interpretare determinati comportamenti, ma non possiede una chiave infallibile per comprendere gli altri. La psicologia le offre strumenti, ma la costringe anche a confrontarsi con i propri pregiudizi, dubbi e punti ciechi. Questa tensione tra analizzare gli altri e mettere in discussione se stessa era fondamentale per costruire il suo personaggio.


3. Il silenzio è un elemento centrale del libro, quasi un personaggio. Che ruolo ha nella sua poetica e come si intreccia con la tensione narrativa?

Nel romanzo, il silenzio rappresenta molte cose allo stesso tempo: fede, disciplina, colpa, paura e resistenza. Non tutti i silenzi hanno lo stesso significato, e una delle questioni che mi interessava approfondire era proprio questa ambiguità. A volte, ciò che non si dice risulta più rivelatore di qualsiasi confessione.

Dal punto di vista narrativo, il silenzio permette al lettore di colmare i vuoti e sospettare. Ogni interruzione, ogni risposta incompleta e ogni conversazione evitata può assumere un peso diverso a seconda del momento della storia. La mia intenzione era che la tensione nascesse da quell’attesa, dalla sensazione che sotto la quiete esista qualcosa pronto a emergere.


4. La vicenda del 1985 riemerge come una frattura nel presente. Come ha lavorato sul rapporto tra passato e memoria per costruire la dinamica dei sospetti?

L’episodio del 1985 funziona come una ferita che non si è mai chiusa del tutto. Non mi interessava presentare il passato come una spiegazione semplice del presente, ma come una memoria frammentata, soggetta al tempo, alla colpa e alle diverse versioni di chi l’ha vissuta.

Il sospetto si costruisce proprio a partire da queste contraddizioni. I personaggi ricordano in modo diverso, omettono alcuni dettagli o interpretano gli stessi fatti da posizioni emotive opposte. In questo modo, il lettore non riceve una verità stabile fin dall’inizio, ma una serie di pezzi che deve ordinare mentre comprende che la memoria può essere anche una forma di occultamento.


5. La sua prosa crea un ambiente claustrofobico e attento ai dettagli. Quali scelte stilistiche considera fondamentali per generare questa atmosfera senza ricorrere a effetti sensazionalistici?

Per creare un’atmosfera claustrofobica ho deciso di lavorare sulla contenzione. Il convento viene descritto attraverso i suoi spazi, le sue routine, i suoi suoni minimi, la distribuzione delle stanze e i piccoli cambiamenti che rivelano che qualcosa sta alterando l’ordine abituale.

Ho cercato anche di far nascere la tensione dai personaggi e dalla percezione, non da un accumulo di scene esplicite o colpi di scena. Una porta che non dovrebbe essere aperta, una conversazione che si interrompe o un oggetto fuori posto possono risultare più inquietanti di un’immagine violenta. La precisione dei dettagli e il controllo del ritmo permettono al lettore di sentire l’isolamento e partecipare attivamente nella costruzione della paura.


Lettura dell’autore




A cura del progetto culturale Fondazione Casa delle Arti

Direzione editoriale: Deborah Cappagli

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