Maria Grazia Calandrone
Maria Grazia Calandrone
Una voce italiana che attraversa memoria, storia e responsabilità civile
Maria Grazia Calandrone nasce a Milano nel 1964 e vive a Roma. Poetessa, narratrice, drammaturga, artista visiva e giornalista, è una delle figure più significative della letteratura italiana contemporanea.
La sua storia personale diventa una chiave di lettura della sua opera: l’infanzia segnata dall’abbandono, l’adozione, la ricostruzione delle origini, la ricerca di un luogo affettivo e simbolico. Ogni passaggio biografico si trasforma in materia narrativa e poetica, con una voce che unisce precisione documentaria e tensione emotiva.
La ricerca poetica e narrativa
La scrittura di Calandrone attraversa la memoria con un movimento che unisce corpo, storia e linguaggio.
La sua poesia esplora la fragilità umana, la responsabilità civile, la relazione tra vita privata e dimensione collettiva.
La narrativa amplia questo percorso: la biografia diventa un territorio di ascolto, la storia familiare si intreccia con la storia del Paese, la vita quotidiana si apre a una visione più ampia, capace di restituire dignità alle esistenze marginali.
Opere principali – Poesia
La scimmia randagia (Crocetti, 2003) – Premio Pasolini Opera Prima
Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005)
La macchina responsabile (Crocetti, 2007)
Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010) – Premio Napoli
Atto di vita nascente (LietoColle, 2010)
La vita chiara (Transeuropa, 2011)
Serie fossile (Crocetti, 2015; Feltrinelli, 2020) – Premi Marazza e Tassoni, rosa Viareggio
Gli Scomparsi – storie da “Chi l’ha visto?” (pordenonelegge, 2016) – Premio Dessì
Il bene morale (Crocetti, 2017) – Premi Europa e Trivio
Giardino della gioia (Mondadori, 2019–2020) – Premi Lerici Pea e Metauro
Opere principali – Narrativa e saggistica
Dimmi che sei stata felice (Einaudi, 2025)
Splendi come vita (Ponte alle Grazie, 2021) – Semifinalista Premio Strega
Dove non mi hai portata (Einaudi, 2022) – Finalista Premio Strega
Magnifico e tremendo stava l’amore (Einaudi, 2024) – Premio ScriverePerAmore
Alda Merini (Solferino, 2021)
Un altro mondo, lo stesso mondo (Aragno, 2019) – Premio Speciale Carlo Bo – Giovanni Descalzo
Premi e riconoscimenti
Premio Montale
Premio Pasolini Opera Prima
Premio Napoli
Premi Lerici Pea, Metauro, Europa, Trivio
Premio Dessì
Premi Marazza e Tassoni
Premi Vittorini, Sila, Pozzale
Premio ScriverePerAmore
Attività culturali e collettive
Calandrone partecipa attivamente alla vita culturale italiana.
Fa parte del Comitato Scientifico del Premio Strega Poesia, del Premio Calvino, del Premio Scalfari e di Feltrinelli Education.
Codirige la collana «i domani» di Aragno Editore.
Collabora con Sonia Bergamasco per progetti teatrali e monologhi.
Conduce laboratori gratuiti nelle scuole pubbliche, nei carceri e nei DSM, e partecipa alla scuola di lettura «Piccoli Maestri».
La sua attività giornalistica e radiofonica contribuisce alla diffusione della poesia contemporanea.
Il libro: Dimmi che sei stata felice
Maria Grazia Calandrone ha condiviso con il progetto culturale Fondazione Casa delle Arti l’incipit del suo romanzo Dimmi che sei stata felice.
È un gesto di grande generosità, che apre direttamente la porta d’ingresso del libro.
Incipit
Roma, quartiere San Lorenzo, lunedì 19 luglio 1943. Il silenzio dei vivi e dei morti
Certi pupi in canotta e calzoncini giocano a battimuro nel cortile, con la palla di pezza fatta coi calzini e ritagli di stoffa inutilizzabili pressati insieme per mezzo di tre o quattro elastici a colori, che danno alla palletta impulsi tutti sbilenchi e i ragazzini strillano e si spintonano, litigiosi e contenti. Le femminucce stanno a crocchi chiassosi nell’angolo opposto, a scandire nomi di frutti saltando la corda pe-ra, me-la, fra-go-la, ba-na-na, a-ran-cia, ci-lie-gia, li-mo-ne, man-da-ri-no. A ogni sillaba, un piccolo piede, calzato coi sandali di fratelli e sorelle più grandi, tocca terra. Se una inciampa e lo nega, dal gruppo s’alza una pipinara e i maschietti ridono di quei litigi di vocette acute. Aò, se so’ svejate le galline! È una calda mattina di luglio, tra un’ora il pranzo di mezzogiorno sarà pronto e le madri, strette dentro quei corti vestitini smanicati e scuri a fiorelletti, s’affacceranno alle finestre, per vociare ciascuna il suo tronco Ranocchiè, Annarè, Lucià, Fabbrì, Renà! Il dialetto romano è indolente, è della gente che ne ha viste troppe e s’affatica ad andare in fondo alle parole, lascia andare all’intuito di chi sa, e completerà da solo le frasi. E se non capisce, pazienza!
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E invece no, questa cosa non l’hanno ancora vista, né prevista. Perché qui, all’improvviso, oggi la terra trema e il cielo si fa basso come un coperchio nero, che cala di botto sopra le teste dei ragazzini, mentre il bagliore, al suolo, è insopportabile. Il primo allarme aereo arriva praticamente insieme al primo sgancio di bombe. Immediati, esplodono i vetri di tutte le finestre dei palazzi intorno. Ci siamo intesi sollevare la terra sotto i piedi e schiacciare contro i muri.
La notte precedente, quella fra il 18 e il 19 luglio 1943, quattro bombardieri della RAF (Royal Air Force, l’aeronautica militare britannica) avevano lasciato cadere sulla città ottocentosessantaquattromila volantini di allarme, denominati Foglio volante n.4, dove – per chi non sapesse leggere – stava pure disegnata la mappa della zona con croci di camposanto su case, ospedali, scalo ferroviario e cimitero. I volantini, però, erano stati raccattati in fretta da terra dai membri della protezione civile UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea, che si occupava anche dell’informazione preventiva sui bombardamenti) e sequestrati. Volontariamente ignorato, dunque, il pur equivoco invito ad allontanarsi dalla zona. I pochi Fogli volanti arrivati nelle mani della popolazione non hanno comunque avuto effetto, perché Roma non è mai stata bombardata. Roma no, non può essere! In più, tutti i giornali di regime del mattino esortano a resistere. Però il rumore sordo va crescendo, fino a diventare paura. Una formazione argentea di trecento fortezze volanti angloamericane a bassa quota. Geometriche, ordinate, terrificanti. Le impassibili. Le smaglianti macchine della morte.
In un attimo, in un attimo solo, è travolta la vita comune. Dalle 11.03 del mattino, tre ore di esplosioni, mitragliamenti, rombi a seimila metri in quota e fischi di quattromila bombe a grappolo spazzano via la vita di millecinquecento persone. Il quartiere romano San Lorenzo è un suburbio, un paese di lavoratori dentro la città. Non so’ andati a Villa Torlonia, a spianalli, hanno bombardato un quartiere di povera gente! Qui le famiglie convivono spesso, in due o tre per appartamento: ogni stanza ospita un nucleo familiare di quattro, cinque persone. Perciò il bombardamento ha causato un numero di morti così enorme. Una pioggia di confetti ovoidali luccicanti, in caduta chirurgica sopra le abitazioni, per ottenere quel complessivo, scomposto, tragico, grossolano sposalizio di Roma popolare con quella morte odiosa, non voluta, ingiusta come, e più, dell’ingiusta, atroce macelleria di ogni guerra.
Panoramica uno. L’odore, la polvere. L’aria è diventata acida e gialla. L’acre prende la gola. Nel fumo si distingue a malapena la portata della tragedia. Diossine di plastica che brucia, legnami in fiamme e polvere, polvere enorme e densa, polvere sottile, una sfarinata di muri esplosi che avvolge i corpi, si infila nei nasi e nelle bocche e non fa respirare.
Panoramica due. Corpi e cose si sono confusi. Canalizzazioni interrotte, traversine sventrate, ragazzini che scappano di furia dai cancelli del carcere minorile di via dei Sabelli 108, fatti aprire dal direttore al grido di Si salvi chi può!, data la già avvenuta morte di quaranta piccoli detenuti; operai che si buttano dalle finestre della fabbrica di birra Peroni, divorata dalle fiamme. Una donna, appesa per le gambe, penzola da una ringhiera, penzolante, a sua volta, nel vuoto. Le travi e le armature interne dei palazzi sporgono dai muri, rivelando gli scheletri d’acciaio. Una ragazza fugge col velo da sposa ancora in testa, paralitici e anziani sono trasportati a spalla dai parenti, c’è gente seduta morta sul tram circolare. Pure i morti del cimitero Verano saltano in aria, la loro sepoltura viene violata. Nei rifugi, nei sotterranei, negli androni dei palazzi ancora in piedi, si bestemmia e si prega, a fasi alterne. Le tubature dell’acqua scoppiate salvano molte vite: i fiotti limpidi, schizzati contro i corpi dalla pressione, impediscono ai corpi di soffocare, perché i nasi e le bocche di tutti sono intasati dalla polvere fina di calcina e terra e chi può raggiungere qualsiasi liquido – acqua, latte – sciacqua a manate il viso, proprio e di chi gli è vicino, a tastoni nell’ombra degli interrati. In molti hanno già smesso di respirare a causa dei tappi di calce in gola perché, nello sforzo di deglutirla o sputarla, la polvere di cemento s’è impastata con la loro stessa saliva.
Alle due e mezza del 19 luglio 1943 San Lorenzo è una maceria fumante dentro la quale raspa un pullulare di figure umane che grida nomi e soprannomi, maschili e femminili. Di figli, padri, madri, sorelle e fratelli, nipoti. La Croce Rossa e i volontari portano via i feriti sulle barelle, improvvisate con le ante delle persiane cadute. I muri maestri crollati rivelano la vita che c’era: un quadro appeso a un tramezzo, una bambola di pezza, una pentola ancora incomprensibilmente lucida. I danni appaiono, immensi.
Padre Libero Raganella, giovane parroco dell’Immacolata, passa piangendo e benedicendo i mucchi di corpi accantonati. Corpi di ragazzini, donne, bambini, sventrati, o con le bocche ancora spalancate in cerca d’aria, i morti asfissiati. Le fioraie del mercato, colpite una dopo l’altra, sono un tappeto di solitudine. I ragazzini sono caduti ovunque, sono stati mitragliati a vista mentre correvano per infilarsi nel primo portone. Il puro Male. E quei due, lui soldato tornato dall’alta Italia, lei che veniva dal mare de Ostia, se so’ incontrati qui davanti e l’hanno mitragliati.
Tre ore di bombardamento e mitraglia lasciano a terra millecinquecento morti e quattromila feriti nel solo quartiere di San Lorenzo, cui vanno aggiunti marmisti, falegnami, fioraie, tutti i lavoratori che erano venuti dagli altri quartieri. I corpi morti dei cavalli dei carri funebri sulla Tiburtina e della fabbrica vengono lasciati lì, a marcire in quel caldo. Ma pure chi è sopravvissuto è rimasto così, senza la poca roba che aveva e coi ricordi guasti di quella mattina Ancora oggi, quando sento passare gli areoplani, mi s’accappona la pelle.
L’impronta data alle cose dalla potenza d’urto di una bomba, è il vuoto. Dove cade, la bomba lascia vuoto. Cumuli, ai lati. Al centro di un metro cubo, una collinetta di vinacce ammucchiate, sta una bambina di nemmeno due anni. È immobile, ha gli occhi chiusi, ma il suo cane sente vita e si arrotola attorno al piccolo corpo, lo serba nell’amore elementare.
Sul fumo aspro della maceria, fra i pianti dei bambini e gli strilli inumani dei feriti, dei vedovi, degli orfani, cala infine il silenzio attonito dei vivi e dei morti e, a poco a poco, rimonta il raschio martellante e ipnotico della voce di Lidia Martorana, ventisei anni, che, col volto coperto di polvere e calcinacci, guarda il vuoto dov’era la casa ripetendo tre nomi, con la voce che sale da un luogo più profondo della gola, per un tempo infinito Francuzzo! Tommasì! Angelica! finché la voce le si strozza, va via. Davanti a lei la terra resta muta.
Lettura di Guido Pagliero, musica di Michele Robertelli.
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Intervista
1. Nel suo lavoro narrativo e poetico la memoria collettiva e personale è spesso un punto di origine. In che modo la responsabilità civile entra nella sua scrittura, soprattutto quando racconta vicende che riguardano la comunità?
Per ragioni credo biografiche, legate soprattutto alla figura di mio padre Giacomo, mi sono autoattribuita il compito di raccontare la storia del nostro paese, di libro in libro, a partire dalla seconda guerra mondiale fino all'immediata contemporaneità. La guerra, il dopoguerra, la ricostituente, l'utopia, il berlusconismo e il crollo degli ideali novecenteschi che ha portato alla deriva attuale, dati i noti ricorsi storici. Mi interessa raccontare la storia attingendo alle fonti orali, oltre che agli archivi ufficiali, raccontare cioè la storia delle vite comuni sopraffatte, esaltate, comunque attraversate dal contesto sociale, culturale, legislativo, musicale, che modifica fortemente ogni nostra possibilità e ogni nostra scelta.
2. Lei attraversa diversi linguaggi — poesia, narrativa, teatro, reportage. Che ruolo ha la poesia nel leggere la realtà contemporanea e nel restituirla ai lettori?
La poesia, grazie alla sua nota marginalità, è un punto di osservazione privilegiato, perché la sua marginalità le permette una libertà che altre arti non hanno. Nell'ultimo libro, però, ho deciso di raccontare le parti storiche (il bombardamento di San Lorenzo, gli anni Settanta e la storia di Nuova Ostia) con un tono più cronachistico che poetico, per poter includere date, nomi e successioni di eventi che ritengo fondamentale ricordare, per leggere il presente.
3. Conduce laboratori nelle scuole, nelle carceri e nei DSM. Cosa restituisce alla scrittura questo contatto diretto con luoghi e persone che vivono situazioni di fragilità?
Il suo senso. Che è un antiveleno rispetto alla richiesta sociale contemporanea, soprattutto rivolta ai ragazzi. Competizione, mito del successo e dell'io, palcoscenico social permanente e spesso diverso dalle realtà individuali. La poesia è la dimostrazione di quanto molti abbiano sentito e pensato prima di noi quello che noi sentiamo e pensiamo. Dunque, è uno scavalcamento della solitudine, della frammentazione, è un modo di approfondire quello che sentiamo e riportarlo a un contesto collettivo, umano, più grande di noi.
A cura del progetto culturale Fondazione Casa delle Arti
Direzione editoriale: Deborah Cappagli


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