Se non posso ricordare me stesso di Flavia Cubeddu

Presentazione dell’autrice: Flavia Cubeddu

Flavia Cubeddu è una scrittrice italiana che vive in Québec da oltre vent’anni. Il vivere tra due culture e due lingue ha profondamente influenzato il suo percorso umano e artistico, alimentando una scrittura che esplora la memoria, l’identità e i legami che resistono al tempo.

Nei suoi romanzi indaga il confine tra ricordo e oblio, dando voce a personaggi che affrontano la perdita, il cambiamento e la ricerca di sé. Le sue storie nascono dal desiderio di comprendere ciò che rimane quando i ricordi vacillano e di raccontare la forza invisibile che continua a unire le persone oltre il tempo e l’assenza.

È autrice dei romanzi In bilico sull’oltre e Se non posso ricordare me stesso. Parallelamente all’attività letteraria, lavora come traduttrice professionista.



Presentazione del libro: “Se non posso ricordare me stesso”

Se non posso ricordare me stesso” è una storia che nasce da una domanda profonda: cosa si fa quando il passato viene cancellato? Flavia Cubeddu ci porta in un mondo in cui gli oggetti e i piccoli gesti diventano atti di resistenza, custodi di un’identità che non si può cancellare.

È una novella che interroga ciò che resta di noi quando la memoria è proibita, e che invita il lettore a riflettere sul valore dei ricordi e sulla cura silenziosa che accompagna ogni gesto di memoria.


Sinossi

In una città dove il passato è stato dichiarato pericoloso, ricordare è un atto proibito. Dopo anni di guerre e propaganda, una nuova legge ha imposto la Purezza del Presente: fotografie, oggetti, libri, ricordi devono essere distrutti. La memoria è considerata una colpa, l’oblio una forma di pace.

Milo lavora nei magazzini statali, dove gli oggetti “carichi di memoria” vengono smontati e bruciati. Restauratore di oggetti antichi, sente che alcune cose non vogliono morire. Ogni frammento salvato diventa un gesto silenzioso di resistenza: non una ribellione politica, ma un atto d’amore.

Una storia che riflette sul valore della memoria come radice dell’identità e dei legami che resistono al tempo.


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Intervista a Flavia Cubeddu

1. Nel tuo lavoro narrativo esplori spesso il confine tra memoria e oblio. Cosa ti ha spinto, questa volta, a immaginare una città dove ricordare è proibito?
L’idea è nata da una domanda: chi siamo, se perdiamo i nostri ricordi? Ho immaginato una società convinta che cancellare il passato significhi eliminare il dolore e rendere le persone più libere. In realtà, insieme alla sofferenza, scompaiono anche l’identità, l’empatia e la capacità di amare. Rendere la memoria proibita mi ha permesso di portare questa riflessione all’estremo: quando qualcuno decide che cosa possiamo o non possiamo ricordare, non controlla soltanto il nostro passato, ma anche ciò che siamo nel presente. La città della novella nasce quindi come un luogo immaginario, ma anche come una possibilità inquietante, perché una società che dimentica le proprie radici e i propri legami diventa inevitabilmente più fragile e manipolabile.

2. Milo è un personaggio che resiste in silenzio, attraverso gli oggetti. Come nasce l’idea di affidare alla materia — più che alle parole — il compito di custodire la memoria?
Gli oggetti mi hanno sempre affascinata perché sopravvivono alle persone e conservano le tracce di chi li ha posseduti, amati o semplicemente toccati. Una fotografia, un giocattolo o un oggetto consumato dal tempo non sono soltanto materia: racchiudono gesti, presenze e storie. Per questo Milo è un restauratore. Le sue mani sanno riportare alla luce ciò che il tempo e il potere cercano di cancellare. Non compie gesti eroici e non pronuncia grandi discorsi: salva una macchinina di latta, un cavallo a dondolo, un cucchiaio di legno e, attraverso di essi, restituisce alle persone una parte di sé. La sua è una resistenza silenziosa e intima. Gli oggetti ricordano quando gli esseri umani non possono più farlo e diventano piccoli testimoni capaci di riaccendere emozioni che sembravano perdute.

3. Il romanzo riflette sul valore del passato come radice dell’identità. Qual è, per te, la domanda più urgente quando si parla di memoria oggi?
La domanda più urgente, per me, è: che cosa rischiamo di diventare quando smettiamo di ricordare? Viviamo in un tempo molto rapido, in cui tutto viene consumato e sostituito, comprese le esperienze e le relazioni. Eppure, non possiamo costruire davvero il presente senza conoscere ciò che ci ha preceduti. Ricordare non significa restare prigionieri del passato, ma comprenderlo, accoglierlo e imparare da esso. Anche i ricordi dolorosi fanno parte di noi e possono aiutarci a non ripetere gli stessi errori. La memoria non è soltanto individuale: è familiare, affettiva e collettiva. Quando perdiamo il legame con ciò che siamo stati, rischiamo di perdere anche la capacità di riconoscere l’altro e di sentirci responsabili gli uni degli altri.

4. La tua esperienza tra due culture e due lingue influenza profondamente la tua scrittura. In che modo questo “vivere tra” ha contribuito alla costruzione del mondo narrativo della novella?
Vivere da oltre vent’anni lontano dall’Italia mi ha insegnato che la memoria è anche un luogo interiore. Quando si vive tra due Paesi, due culture e più lingue (il Quebec è bilingue), l’identità non coincide più completamente con un solo luogo: si costruisce attraverso ciò che si è lasciato, ciò che si è trovato e ciò che si continua a portare dentro. La distanza rende alcuni ricordi più nitidi e altri più fragili, mentre parole, profumi e oggetti possono diventare improvvisamente ponti verso ciò che siamo stati. Questa esperienza ha influenzato profondamente la città della novella, dove le persone hanno perso le proprie radici e non sanno più a che cosa appartengono. Milo, in fondo, vive anch’egli in una condizione di estraneità: attraversa un mondo nel quale non si riconosce completamente e cerca, attraverso la memoria, una forma di appartenenza.

5. “Ricordare come atto d’amore” è uno dei temi più forti del libro. Che cosa speri che il lettore porti con sé dopo aver incontrato Milo e la sua fragile resistenza?
Vorrei che il lettore si fermasse a pensare alle persone, ai gesti e alle piccole cose che hanno contribuito a renderlo ciò che è. Milo non vuole cambiare il mondo: inizialmente desidera soltanto salvare qualche frammento di vita e restituire a qualcuno il ricordo di ciò che ha amato. Ma proprio questa resistenza fragile dimostra che anche un gesto minimo può incrinare l’oblio. Spero che, dopo averlo incontrato, il lettore senta il desiderio di custodire con maggiore cura la propria storia e quella degli altri. Perché ricordare qualcuno significa continuare a riconoscerne l’esistenza e il valore. In fondo, non siamo fatti soltanto dei nostri ricordi, ma dei legami che quei ricordi mantengono vivi.


 Lettura di Guido Pagliero




Presentazione a cura di – Progetto culturale Fondazione Casa delle Arti

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