La voce di Haidar al‑Ghazali
Haidar al-Ghazali
Nato a Gaza nel 2004, Haidar appartiene a una generazione che ha conosciuto la vita tra rovine e migrazioni forzate. L’Università Islamica di Gaza, dove seguiva Letteratura inglese e traduzione, è stata distrutta durante i bombardamenti: un centro di sapere che oggi resta soltanto nella memoria di chi vi ha trovato voce.
La sua poesia nasce dentro questo vuoto, dentro ciò che resta. Ogni verso è un frammento salvato, una parola che custodisce la vita mentre tutto intorno cambia forma. Per due anni, nei continui spostamenti resi necessari dalla distruzione intorno a lui, Haidar ha portato i suoi testi in uno zaino leggero e nella memoria del telefono: scrittura che accompagna, scrittura che protegge.
Dall’aprile 2025, i suoi versi hanno camminato nel mondo: nelle piazze, nelle università, nelle case, in Parlamento, sui muri. Tra le parole che hanno trovato voce ovunque, un’immagine è diventata simbolo della sua scrittura:
La bambina il cui padre è stato ucciso / mentre portava un sacco di farina / sulla schiena / continuerà a gustare / il sangue di suo padre / in ogni pane.
La poesia di Haidar apre uno spazio di identità, memoria e dignità culturale. Ogni testo è un gesto che custodisce la vita, un luogo dove la parola diventa testimonianza e continuità, un modo di restare umani dentro ciò che cambia.
In Italia, alcune sue poesie sono state tradotte nell’antologia “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza”. Tra i componimenti più diffusi figurano “Voglio la vita, ma prima di tutto voglio una casa” e la lirica dedicata alla bambina martire, una delle testimonianze poetiche più intense degli ultimi anni.
1. Come nasce di solito una poesia per te?
C’è un’immagine, un ricordo o un momento che dà avvio al processo di scrittura?
Per me, la scrittura è un processo misterioso che non può essere spiegato del tutto. Non credo che la poesia segua un metodo fisso o una routine. Ogni poesia nasce da un’inquietudine interiore, da una sensazione che cresce in silenzio finché non appare una scintilla che non mi lascia altra scelta se non scrivere.
A volte quella scintilla arriva da una scena del presente, vista con gli occhi della memoria e modellata dal passato. Altre volte arriva in modo diverso. Ciò che rimane costante è il desiderio di abbattere ogni barriera che ostacola la bellezza e la sua libera espressione nel mondo.
2. La tua poesia trasforma l’esperienza personale in una voce chiara e profondamente umana.
Scrivere, nella sua essenza, è una ricerca di un momento umano significativo plasmato dalla realtà. Con questo intendo il momento in cui un lettore incontra qualcosa che tocca davvero il cuore.
Scrivere poesia durante un genocidio è diverso. Non cerchi di creare una scena significativa: sei spinto a confrontarti con una realtà colma di una tragedia insopportabile. È così che l’esperienza personale diventa poesia autentica. Ho vissuto un’epopea di distruzione, un genocidio il cui grido è abbastanza potente da raggiungere il cuore umano.
La seconda parte della tua domanda è nella mia mente da quando sono arrivato in Italia, e ancora trovo difficile rispondere. Non perché non riesca a formulare una risposta soddisfacente, ma perché non riesco a capire dove mi trovo rispetto a ciò che continua ad accadere a Gaza.
Il genocidio non è finito, quindi non posso parlarne come qualcosa che appartiene al passato. La mia famiglia, i miei amici e i miei vicini non sono al sicuro, e non posso semplicemente iniziare una nuova vita pacifica.
Ancora non so dove mi trovo in relazione a questa domanda.
3. C’è una poesia, tra quelle già pubblicate, che vorresti condividere nella presentazione?
Le persone hanno conosciuto il mio lavoro attraverso “Il loro grido e la mia voce”, un collettivo che raccoglie poesie di diversi autori. Io ho contribuito con quindici testi in cui ho parlato di scene che ho vissuto durante il genocidio.
Ma io sono un poeta della vita. Scrivo, e continuo a scrivere, dell’amore, della vita, della speranza e del dolore umano quotidiano. Vorrei condividere con voi testi in cui non c’è neanche una parola sulla guerra.
Cosa significa amarti
Cosa significa amarti?
Chiudere un occhio sul troppo sale nel cibo, spazzare la casa come vorremmo spazzare via questa tristezza.
Che tu accolga le mie cose lasciate in disordine: i miei libri sulla scrivania, i miei fogli sul letto, i miei quaderni sul divano.
E risparmiare le tue lacrime per cose più importanti che tagliare le cipolle.
Cosa significa amarti?
Condividere il caffè del mattino, anche se non mi piace.
E avere finalmente qualcuno che pianga con me, con cui parlare, a cui confidarmi, con cui ballare, che sappia sopportare la mia inquietudine, oltre allo specchio.
Cosa significa amarti?
Comprare tutti i libri sulle relazioni, seguire lezioni di psicologia, chiedere consiglio a tutti quelli che hanno più esperienza di noi, e agli esperti, per risolvere i nostri problemi...
e poi prendere a calci tutti i loro consigli con un bacio.
Ti amerò. Perché ci sono tante rose rosse, e così poco amore.
ماذا يعني أن أحبَكِ؟
أن أغضَ النظرَ عن ملوحة الطعام الزائدة
وأكنسَ البيت
كما نريد لهذا الحزن أنْ يُكنس
أن تتقبلي
أشيائي غير المرتبة:
كتبي على المكتب، أوراقي على السرير
دفاتري فوق الأريكة.
وأن أوفرَ دموعَكِ
لأشياء أهم من تقطيع البصل.
ماذا يعني أن أحبكِ؟
أن نتشاركَ قهوة الصباح
رغم أني لا أحبها
ويصير لدي
مَن يبكي معي/ أحدثه/ أصارحه/ أراقصه/ ويتحمل قلقي
غير المرآة.
ماذا يعني أن أحبكِ؟
أن نشتري كل كتب العلاقات
وندرس محاضرات علم النفس
ونستشير كل القدامى
والخبراء
لنحل مشاكلنا
ونركل آراءهم بقبلة.
سأحبكِ
فهناك الكثير من الورد الأحمر
والقليل من الحب.
_حيدر الغزالي
Vorrei una donna
Vorrei una donna accanto a me.
Stendere i nostri vestiti alla stessa finestra.
E quando, la sera,
torneremo dal lavoro,
ascolteremo la più bella storia d'amore
tra un vestito leggero e una camicia bianca.
أريدُ امرأةً بجانبي
ننشر ملابسنا
على نافذة واحدة
وعندما نعود أول الليل
من أعمالنا
نستمعُ لأجملِ قصة حبٍّ
بين فستانٍ رقيق
وقميصٍ أبيض.
_حيدر الغزالي
Ci sono persone che portano nel mondo una gentilezza che non si può insegnare, e Haidar è una di queste. La sua presenza non è solo nella poesia che scrive, ma nel modo in cui guarda, ascolta, risponde. Ogni gesto è un segno di cura: una parola che si apre, un’immagine che accompagna, un frammento di vita condiviso senza chiedere nulla in cambio.
La sua poesia non è un esercizio, è un modo di stare al mondo.
Io, Deborah, personalmente riconosco in lui una profondità rara, una capacità di toccare l’anima con una sincerità che attraversa ogni gesto e ogni verso.
E noi di Casa delle Arti siamo grati di poter accogliere questa voce che non si limita a raccontare: offre. Una voce che scava, che illumina, che lascia un pezzo della sua anima in ogni verso — e che ricorda a chi legge che la bellezza può ancora essere un gesto di generosità.



C’è una dolcezza rara in questi versi, una luce che accompagna.
RispondiEliminaGrazie, Haidar, per averla portata qui.